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| Chi ha ucciso il biodiesel italiano
Tutto ciò accade nel più totale silenzio stampa che dimostra sempre più una connivenza e sottomissione a tali poteri. Per fortuna qualcuno, almeno su internet, riesce a far emergere tali verità nascoste. Buona lettura Roy V. Estereco estraeva carburante dalla colza. È stata
costretta a chiudere. Soffocata nella culla da «Fiat,
Eni e Agip», come raccontano i fondatori.
Mentre la Fiat celebra la Grande Punto, in Umbria si consuma in sordina la storia di un grande in-successo imprenditoriale. Mentre i prezzi del carburante macinano record, mentre le cronache ci raccontano di automobilisti che riempiono i serbatoi con l’olio per friggere del supermercato, i pionieri italiani del biodiesel vedono spegnersi la loro creatura. E indicano per nome i colpevoli: «La Fiat, l’Eni, l’Agip». Complici, in pratica, tutti i governi italiani degli ultimi quindici anni. Le vittime siamo un po’ tutti noi, abitanti di città irrespirabili. Proprio il biodiesel, con altri combustibili di origine vegetale, vanta sul fronte ambientale proprietà miracolose: biodegradabile, non tossico, privo di zolfo e di composti aromatici, permette una sostanziosa riduzione di polveri sottili (circa 60 per cento in meno) e monossido di carbonio (idem). Non c’è neanche bisogno di progettare nuove automobili, visto che funziona perfettamente su quelle già in circolazione, con prestazioni (velocità, consumi…) del tutto simili a quelle del gasolio tradizionale. Il primo a capirlo fu Rudolph Diesel, che nel 1893 fece girare con olio di canapa e cereali il motore che oggi porta il suo nome. L’ingegner Mario Brighigna ha 78 anni, la maggior parte spesi a progettare motori. Nei primi anni Ottanta, alla Vm di Cento (Ferrara), ha inventato il turbodiesel, che debuttò nel cofano di un’Alfetta. La primavera scorsa ha letto sconsolato le cronache del «caso» olio di colza, altrimenti detto del «pieno al supermercato». Dove si narrava che, soprattutto al Nord, gli automobilisti pressati dal caro petrolio facevano incetta di olio di semi da cucina e lo mettevano nei serbatoi al posto del canonico (e più caro) gasolio. Il bello era che le macchine, all’apparenza, non notavano la differenza e viaggiavano serenamente. «Noi eravamo già pronti quindici anni fa», sospira Brighigna. Per la precisione dal 25 settembre 1993, quando fu inaugurata la Estereco (Esteri ecologici) di Umbertide, in provincia di Perugia, di cui Brighigna era fondatore. La Estereco era un’azienda all’avanguardia, finanziata in parte dalla Cee in un progetto che prevedeva due impianti simili in Francia e Germania (che hanno avuto una sorte migliore). Costata circa 10 miliardi (di cui circa 3 pubblici per il finanziamento europeo), produceva biocombustibili ecologici da materie agricole, in particolare la colza, pianta dai bei fiori gialli (molto scenografici in primavera) il cui olio era già usato nel Medioevo per accendere le lanterne. «Lavorando l’olio di colza con il metanolo ottenevamo biodiesel assolutamente ecologico. L’unico scarto era la glicerina, riutilizzabile dal settore farmaceutico», spiega Brighigna. È la «transesterificazione», il contrario della saponificazione: la glicerina va tolta dall’olio vegetale perché altrimenti si incrosta nel motore e a lungo andare lo danneggia. Questo è il dettaglio sfuggito agli automobilisti che hanno riempito i serbatoi con l’olio di semi del supermercato. Brighigna si diede subito da fare per realizzare la prima automobile italiana spinta dal biodiesel: «Ho preso un’Alfetta e le ho fatto qualche piccola modifica, roba da poche decine di migliaia di lire. Andava benissimo». Uccisa nella culla. La Estereco non è mai andata
oltre la fase sperimentale. Non è mai riuscita a produrre il
suo carburante pulito per un mercato vero. Il perché lo racconta
un altro ingegnere votato all’ecologia ed ex socio di Estereco:
Enrico Vincenti, 60 anni, titolare dell’omonimo studio di ingegneria
di Città di Castello (Perugia) che poi è «uno dei
più antichi d’Europa, fondato nel 1885, io sono la quarta
generazione», esordisce. Da trent’anni è specializzato
in disinquinamento. «Abbiamo ripulito il Tevere, ora ci stanno
tornando gli storioni», dice riferendosi alla consulenza per la
bonifica ambientale del fiume. Ora il suo studio sta realizzando alcuni
impianti di «biodigestione anaerobica» per allevamenti di
suini e bovini, che consiste nella «trasformazioni delle deiezioni
residue degli animali in biogas». Ne aveva già fatto uno
simile in Australia, per un allevamento di canguri. I limiti del buon carburante. Anche i biocarburanti hanno i loro danni collaterali, perfino comici. Il biodiesel ha l’effetto fast food: i gas di scarico sanno di fritto (ma pare che la cosa sia risolvibile con opportuni additivi). Il bioetanolo, se usato puro come molti brasiliani hanno provato a fare, ha l’effetto cipolla: la combustione produce aldeide, che in quantità elevate fa lacrimare gli occhi. Chi sogna un mondo di automobili tutte verdi, però, deve fare i conti con limiti più seri. «È impossibile sostituire tutto il carburante di origine fossile con quello verde», osserva Francesco Bertolini, docente di Istituzioni e governo dell’ambiente all’Università Bocconi di Milano. «Quest’ultimo va usato come carburante d’eccellenza per usi specifici: taxi, mezzi pubblici, mobilità nei centri storici. La vicenda di Estereco è però un esempio della scelta inconcepibile di affossare l’energia alternativa, il biodiesel come il solare. Siamo in piena emergenza ambientale, il picco della produzione petrolifera è previsto tra il 2010 e il 2020, poi la produzione calerà e bisognerà essere pronti con qualcos’altro. Una volta un ministro del petrolio saudita disse che l’era del petrolio finirà prima del petrolio, così come l’età della pietra è finita prima che finissero le pietre. Quindi», conclude Bertolini, «politica industriale e politica ambientale vanno fatte insieme, non possiamo contare per sempre sui combustibili fossili». La cautela è condivisa da un altro studioso non sospettabile di simpatie per le quattro ruote, avendo dato alle stampe già dieci anni fa una Demonologia dell’automobile: l’economista Guido Viale, che recentemente ha parlato di biocarburanti a Sbilanciamoci, la contro-Cernobbio organizzata da una quarantina di associazioni che promuovono l’economia sostenibile. «Sono una grande occasione, soprattutto ora che l’Unione europea impone almeno un 2 per cento di biodiesel nel gasolio, una quota che aumenterà nei prossimi anni e amplierà il mercato». Ma numeri alla mano, Viale conferma che il sogno della mobilità tutta verde resterà tale: «Da un ettaro di terreno coltivato a semi si ricavano 1.000-1.200 litri di combustibile, che in media coprono il consumo di un’automobile per un anno. Visto che nel mondo ci sono 700 milioni di veicoli, bisognerebbe coltivare a colza un milione di chilometri quadrati di terreno». Un «campo» grande più di tre volte l’Italia. «Perciò questi combustibili vanno benissimo per un uso mirato: autoproduzione per macchine agricole, poi mezzi pubblici, ditte di trasporti, con i propri centri di rifornimento. Invece di ridurre le accise sul gasolio agli autotrasportatori», continua Viale, «il governo dovrebbe incentivare gli autotrasportatori che si associano per rifornirsi di biodiesel. Per il resto, l’unica soluzione efficace è un programma di risparmio energetico e una riduzione dei mezzi in circolazione». 06/01/06 Torna ai biocarburanti - - BioDiesel: fallo da te! - - Vai agli altri articoli - - vai al forum |